Era giorno pesto quando Dodot vide la sua ombra.
Era intenta a giocare con degli avanzi, colorati straccetti di riso, patate , mandorle o miele. Avere un giocoliere insolente attaccato al suo fianco gli ricordo' una scena di nonsobenequale teatro o di nonsobenequale sogno o di nonsobenequale viaggio. Quando gli piovevano addosso queste memorie di circo, era meglio uscire e dare due schiaffi all'aria. Le foglie erano di un giallo allegro, come spezie africane cadute sui rami. Guardo' appena fuori , poi verso la sua ombra , quasi cinese, e la lascio' stare bizzarra, ritirandosi dall'altra parte, dietro la quinta del cono di polvere, tra un nido di capelli che amava intrecciare. Di nuovo si giro', solo per sentire le nacchere suonare dentro la nuca, e allora si stupi' : l'ombra era arrivata al dessert, il dolce di Tunisi, brillante dalla tenda del sonno, l'unico avanzo gelosamente messo da parte ieri per differire il gusto fino a domani, per rimandare ancora il piacere. Lo vide scivolare pericolosamente da un braccio all'altro della Fata di Fumo e le chiese: " Hai deciso di farmi smuovere, attentando alla mia colazione?"
L'ombra si allungo' fino alla porta , senza poter parlare e senza lasciare il suo morbido gioco. Dodot allora si alzo' sulle grosse caviglie, comincio' a seguirla fuori , nelle strade bianche e la teneva d'occhio di continuo :
voleva assolutamente mordere il dolce per partire.








