
Come il giocatore incallito che spolvera uno scacco nero con cui ha assaporato vittorie lontane, mi rimetto a leggere Calvino.
Entro di nuovo nel suo alveare vicino ai meli, alle altalene, ai castagni scortecciati, alle tende di girovaghi nani, al muto fiume che bisbiglia, ai raduni di barbe nere davanti alla moschea, ai venditori ambulanti d'avocado, ai pavoni allevati dagli acrobati,al dondolare di sandali di donna in treni stracolmi, alla piazza invasa di pietra e di carte, di stormi di nonne coi carrozzini, di ciarlatani e messi di provincia, di cieli lattei e di tombini bui.... il molteplice , tutto.
Tutto cio' che vorrei essere e che dunque non sono.
"Marco Polo immaginava di rispondere ( o Kublai immaginava la sua risposta) che piu' si perdeva in quartieri sconosciuti di citta' lontane, più capiva le altre citta' che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato... (..)
Kublai Kan: "Avanzi col capo voltato sempre all'indietro?" oppure " Ciò che vedi è sempre alle tue spalle?" o meglio "Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?"

Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell'uomo avrebbe potuto esseci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima oppure se tanto temepo prima a un crocevia invece di una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell'uomo in quella piazza. (...)
L'altrove e' uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà."
Italo Calvino, Le città invisibili











