
Sogno n.1
Tra due suonerie sventola una collana nera.
Rispondo nascosta dietro la palpebra.
Poi affondo tutta nel sogno, come tornando a dov’ero rimasta, ma senza memoria.
Ho perso il filo dove i gatti si aggirano mezzi ciechi nella nebbiolina di industrie, nei cortili bruciati di un carcere minorile, nell’ansa sinistra della Senna.
Ecco che invece si sale un lungo decumano, chiazzato di sole e rumori,
sono con un’amica bionda e, cosa che suona come un’ovvietà nella simbologia onirica, anche follemente ricca. Mentre lei mi tempesta di intrighi si arriva all’improvviso come in una reggia.
Per i viali scoscesi delle ville. Strade che a piedi non si fanno. Ai lati grandi cancelli telecomandati in ferro battuto. Antracite e verde scuro di siepi di lauro ci separano dal semicerchio di marmo. L’entrata, la bella targa e il portaombrelli. Appare un padre, fermo dietro l’occhiale da professionista, come una porta d’ottone che dà su eleganti saloni, in cui specchiarsi, senz’ombre di polvere. Qualche parola fiocca, e tutto il mio garbo civile non riesce ad eguagliare il tono dell’adulto affermato: il mio accento ha sempre qualcosa di scuro davanti alla luce brizzolata dell’agio. Come una voce di lino davanti ad una voce di seta , che dicono da secoli essere migliore. E di gran lunga.
Poi si salgono scale di legno morbido, che suona e profuma come un flauto thailandese. Si legge dappertutto il tocco sapiente dell’architetto che conosce papà.
Conchiglie di viaggi organizzati fuori dal continente.
Corridoi di pastello e carta da parati, liscia come una candela, incollata al muro come una calza a gambe di fata. In questa calma di lago a un tratto emerge dal tepore pomeridiano di stanza un’alta sorella, più delicata ma più donna smalto di fragola, una porcellana che si affaccia a ricordare riti familiari e annuncia cene che si dorano in forno, all’insaputa di tutti.
La porta socchiusa all’angolo invece è la lavanderia: intravedo pile di vestiti stirati, ceste dove rotolano calzini sparsi, grucce ingarbugliate a terra ed altre con camice bianche, appese alle chiavi degli armadi a muro, sedie colme di cannottiere con lo scollo di pizzo, tute da tennis, reggiseni di raso a balconcino, enormi tovaglie spiegazzate sul tavolo da stiro...un piccolo universo in penombra ancora in grado d'essere sgualcito... eppure ci si passa davanti senza fermarsi, senza dare alcuna importanza alla stanza : è per la donna che viene.
Lungo silenzio, una densa bruma.

Si attraversano tappeti camminando. Scacchi russi e lumi su tavolini di bellezza.
Finalmente si sfocia in terrazza, una lunga pompa corre verso i gerani, come una biscia assetata che si abbevera, c'e' tutta la ruggine piovuta in inverno sui biliardini, e poche foglie secche sulla distesa di cotto, le biciclette stipate in garage, i pattini e le biglie delle cugine di Roma.
Mi basta, ma forse ancora un ultimo sguardo, perche’ un citofono trema e in tutta la casa c’e’ un segnale verde che lampeggia, un sistema di fari avverte tutti che la madre rientra, tante belle buste sul sedile di fianco, dall’alto del fuoristrada rosso porpora si sfila gli occhiali da sole per la manovra difficoltosa in cortile, non c’e’ mai stato troppo spazio, ma piano piano si ci fa la mano. Così si affianca alla grigia nobile berlina che riposa sotto pergole di glicine. Dove stanno apparendo nell'intreccio rami d'edera dei vicini.
Poi ci vede, capisce che forse mi deve riaccompagnare, che si deve riscendere, o sennò aspettare che i miei chiudano il magazzino. Meglio non far raffreddare troppo il motore, pensa e subito si sale sul suo cavallo enorme che freme. Dietro ci sono scatole di scarpe che ho paura di sciupare coi piedi,
allora guardo fuori, guardo come si scorre giù fino all’acquedotto e alle strade incavolate dal rientro ..... ecco infine aprirsi la grossa curva del niente, stiamo per arrivare, sono da me.
E mi devo assolutamente svegliare.







