Taxi Dreamer - Una goccia d'oro dopo il Jazz - Paris , la nuit.
Lo straccio scorreva ovunque sommariamente e gli occhi finvano sempre sull’orologio a muro, come mammola per due vespe in amore.
Ci siamo quasi, capovolgevo le ultime sedie sui tavoli, andré calava la saracinesca, e nell’eco sgradevole di ferraglia che scende, si usciva.
Dopo aver fatto bere a buon prezzo quasi mezza rive droite a Paris si ci sente in qualche modo responsabile dell’urina che invade la notte. Mi sentivo un complemento d'agente, tra gli angoli sempre più acidi del marciapiede.
Il quartiere della Goccia d’Oro era chiamato così perchè un tempo dai suoi pendii sbocciavano uve bianche: c’era davvero un angolo di terra sul seno di Montmartre, tutto coltivato a viti.
Così a settembre, anche li a Parigi, si vendemmiava, per poi veder calare il velo di moscerini, e salire mano a mano gli acquirenti, che facevano frenare i calessi dove il profumo sembrava loro più distinto. Nel quartiere allora permeava tutta la dolcezza dei novelli. In realtà si mischiavano i mosti coi sauvignon o i pinot di provincia , le uve di città da sole non bastavano mai. Non erano niente.
Oggi in realtà, la Goutte d’Or sembra piuttosto un inno al piscio libero da intoppi sociali.
E’ tuttora intriso di vite, il quartiere, vite disparate, innesti di esuli, militanti, ballerini di salsa,
di pittrici e studentesse decadute, di associazioni anticolonialiste, di strilloni senza soldi, lavoratori del cuoio in mezzo ai sandali, di spacciatori di gomma, di contrabbandieri arabi, di empori orientali pieni di semi, di intrecciatori di capelli afro, di artisti nomadi che hanno perso i festival dall’altro lato dell’altura...
Ce n’e’ ancora di vite, certo, intrecciate, magre e tutte storte, di una bellezza avvitata e grottesca.
Quando uscivo nel brusio inanimato delle tre di notte, pensavo a quante vite avevo smesso di intercettare, trovandomi quel lavoro, certo ne servivo al banco altrettante e ne vedevo molte passare o litigare fuori, di sfuggita, e di molte altre ne sentivo abbondantemente parlare dai tavoli.
Tuttavia non potevo reprimere una certa amarezza a fine giornata, mentre il piscio già evaporava via dalle strade.. Senza vederle si sfioravano nuvole malsane in cui trattenere il fiato.
Il jazzista che era con noi non smetteva di intonare ancora a fior di labbra. E’ un fumatore accanito, un po’ creolo, anzi dice che i bianchi lo vedono nero e i neri lo vedono bianco,
e lui li prende tutti per il culo, perchè in realtà è figlio della pura curiosità sessuale, dell’inconscia attrazione dei contrari, del razzismo genitale: secondo lui la Francia aveva colonizzato le isole haitiane, le Antille, il Magreb e l’Indocina solo per colorare le sue prestazioni sessuali, per ravvivare l’orgoglio ormonale della Nazione, per elevare la qualità degli orgasmi. Ecco perchè a tutt’oggi si ostinava a non sganciare i territori d’oltremare, per continuare ad avere il suo letto extraeuropeo.
Teorie un po’ stravaganti, ma non tanto rare nel sentito dire.
Cosi , nel pieno del suo delirio yin e yang, ci lasciava continuare, tagliando il boulevard e sparendo in una stradina laterale, se non erro dedicata a un generale: lui era uno di quelli che proprio non si voleva coricare.

Questi viali ci si spalancano davanti, non ne vedo la fine, mi fanno sentire cosi terribilmente lontano da casa , sperso in una prateria scura, tra il fiorire dei primi spazzini. Si dicono qualcosa in chissa’quale dialetto sahariano. L’alba mi sembra un nebbioso purgatorio da affrontare. Non si sa ancora se si scende o se si sale. Vorrei solo avvicinarmi al fiume.
E’ sempre cosi a Parigi. La metro chiude e la gente si sbalordisce nei viali, facendo smorfie quando l’odore cambia, camuffando il panico di non riuscire ad arrivare a destinazione con bottiglie da stappare, coprendo quel panico di chiacchiere, di conoscenze occasionali.
Il fatto è che pochi conoscono le scorciatoie della città. Allora per gli altri allargano le strade, per farli stare sotto controllo, sotto i lampioni.
Tutti quelli che incontri dopo le due non cercano altro che un letto in cui svenire, come te.
Al pensiero dell’attesa iniziavo a sbuffare, quella era come una pausa musicale troppo lunga, che fa annoiare e disperdere tutti gli spettatori. Solo che qui tu sei sia quello che suona e si ferma, sia quello che si stufa e guadagna presto l’uscita. Sei tu stesso che un po’ ti fai pena da solo.
Mi metto a tremare.
Ultimamente tremo aldila’ delle temperature , c’e’ anche qualche altra energia che interviene.
La musica, tipo. Quella mi rende puntualmente pieno di brividi.
A volte certe parole, che scaricano chiaramente qualche elettrone in più, quando la frase proprio punge , o quando ti aspettava già sottopelle e solo se la senti, riaffora.
Lo dico ad André , questa cosa dei brividi, improvvisando tutto un discorso su quanto si somatizzi nella Capitale, mi sembrava qualcosa di non troppo banale da dire al mio collega,
alla fermata del bus notturno, quando e’ evidente che si parla solo per smorzare l’insofferenza e per ammazzare minuti. Il cartello diceva ben 22, dunque era evidente che bisognava iniziare a parlare. a
Anche lui allora a confessare i suoi piccoli disturbi, tutto ciò che gli capitava fisicamente, anche lui aveva notato precise differenze da quando si è sbarcati nel Vecchio Mondo, e a Paname in particolare.
In pochi minuti infatti mi citava tutta un’intera famiglia di fenomeni di cui si era sentito preda a Parigi: mi parla soprattutto di pruriti, di crampi notturni che gli tiravano i piedi e di caccole invincibili, secchezza delle gambe, si sentiva persino pendere da un lato, come quella Torre d’Italia , esattamente dallo stesso lato, ma lui forse non avrebbe resistito tanto a lungo in quella posizione. Speravo che il bus arrivasse quanto prima, ero un’ idiota a scatenare quelle ipocondrie in un soggetto bisessuale come André. Ora per uscire da questa paranoia avrebbe cercato senz’altro un partner protettivo, un medico in erezione perenne, un santone del Buonaugurio capace di fargli passare tutto, sapevo che avrebbe cercato di andarsene a dormire altrove..e non nel letto di Martina. La sua donna.
Italiana come me, in nome di questo idioma che ci univa , mi chiedeva di tenerla continuamente informata sullo stadio della bisessualità di André, su tutti i clienti che lo avvicinavano, sulle sue telefonate, su quante donne serviva rispetto agli uomini.. insomma mi coinvolgeva in un assurdo calcolo differenziale sulle sue possibilità di convertirlo all’eterosessualità entro il prossimo anno. Io la vedevo nera, per la ballerina torinese..
Il bus arrivava con un mezzo minuto di ritardo, Andrè era silenzioso, gli era venuta voglia di un altro giro a piedi , anzi disse, voglia di bere, e scese. Figurati se gli potevo credere...