Quella mattina mi promettevo qualcosa.

Anne lavorava con le mani, eliminava il grosso, sapeva quanta materia gettare e quanta trattenere nella sua opera;
con le sue lunghe dita scorreva sulla cera d'api africana, sulla pasta vetro, e sul mio collo quando ero troppo snervato.
Da tempo non riuscivo piu' ad individuare l'oggetto della mia Ricerca.
La mente non faceva altro che migrare, per invidia di stormi che seguono stagioni fiutando i venti.
Che male c'e' a fuggire gli inverni, a volere solo il profumo dei pollini? dicevo.
Così mi arenai tra deserti.
All'inizio ero stato in Africa a studiare il rapporto tra Terzo Mondo e la Musica, se la musica costituisse ancora un talismano contro demoni, veleni e siccità, o se avesse coi secoli perso il suo significato mistico e taumaturgico nella tribù.
Se insomma si trattasse ancora di una Musica Strega, o se fosse divenuta passatempo, sottofondo o addirittura buisness per rappresentanti di dischi americani.
Poi passai ad analizzare la predilezione dei popoli al sud del Sahara (che in arabo vuol dire deserto) per la musica a percussioni.
Qualche flauto c'era, qualche sonaglio.. ma si trattava perlopiù di tamburi..
Perchè la loro musica usciva principalmente da una pioggia di palmi su pelli conciate e tese di belve o su bonghi di corno intagliato??
Dita e calli che picchiano in coro, cercando velocità.
Non scrissi mai un rigo.
Passavo le sere a bere e cantare intorno ad un fuoco che dava visioni spostando le ombre.

La vecchia piu' nobile della tribù offriva latte di capra e tre datteri per dare dolcezza alla sorsata.
Diceva una parola molto labiale, con la quale intendeva che ogni sorso doveva essere tanto lieve da non modificare il volume di liquido nella ciotola, MmKah, qualcosa del genere.
Doveva durare fino al sorgere del nuovo sole.
Non capivo se fosse la piu' nobile in quanto più vecchia degli altri,
o se fosse la più vecchia, in quanto più nobile.
Ma non dovevo insistere troppo, la volontà di sapere, come ogni volontà, non deve essere incitata oltremodo.
La vecchia donna aveva un nome d'infanzia a cui poi erano stati cuciti moltelici epiteti lungo il corso della sua esistenza, e il suo nome da vecchia era Arifa, dall'arabo "colei che possiede la conoscenza".
Questa cosa del dinamismo del nome mi affascinò talmente che volli conoscere tutti i nomi della signora. Un fiume.
E da lì cominciai nuovamente a deragliare dai tamburi tribali, fino all'onomastica femminile.
Il suo primo nome fu Rizlane, "gazella" , che nella cultura africana è animale simbolo di eccezionale finezza e bellezza.
Poi Yamama, "piccione selvaggio", durante i giochi d'infanzia.
Poi Rania, " che si accontenta, che è libera dal bisogno" , perche' sin da piccola continente nel cibo e nel bere.
Poi Soha, " una delle stelle della Piccola Orsa",
Jana , "giardino del paradiso"
Maha, "l'antilope"
Besma, "sorriso"
Jowna, "che ha guance rosse"
Hafsa, "leonessa"
Kamila, " perfetta, completa"
Safa, "roccia"... e poi l'attuale Arifa.
Quel dinamismo di nomi mi si addiceva, pensai anch'io di iniziare la mia lista quella notte sorseggiando impercettibilmente il mio latte di capra.
Il mio primo nome fu Rondine, dall'italiano "che ama migrare".









nikita, foto di julia tikhomirova
