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Blogger: Ladridiortiche
Nome: Dodot Lumière
Ognuno ha dentro un demone che ti avvelena con la verità, che succhia dalla mammella le energie virtuose, che scalcia per farti sudare come un cammello dietro alla morgana, per farti accasciare solo nella sabbia. Molti popoli lo hanno sgamato, Daimon per i socratici , spiritello infernale per gli arabi..anch'io ho deciso di non ignorare Dodot. Piu' lo ignori , il tuo demone , piu' ti cinge. Quante dune ancora prima della Torre d'Agata?? Il deserto mi incorona.
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martedì, 20 novembre 2007

Colui che conDuce  branchi

gennevilliers

Il più slegato dei Cani Lupo divenne un Profeta per gli altri,     tutti correvano dietro la coda a levargli pulci dal culo,  era lui che faceva  levare  il giorno e calare la notte nel quartiere.   Non si sa  bene  cosa avesse fiutato  primo tra tutti,  se il grosso scheletro di un pesce spada che sfamò per cena  tutti i randagi  o  una confezione di Fruttosio scaduta  che insegnò loro l'uso dei dolcificanti, affinando il senso comune del gusto..  però  poco a poco tutti iniziarono a portargli rispetto  come  si  fa con uno che la sa lunga e  che puo'  fare  tanta,  tanta strada .. man mano  presero a venerarlo  come  Capo e leccavano la terra su cui passava  e pisciavano  dove  aveva  lasciato cadere Goccie di Bava.  Ogni cagna  in calore  abbaiava il suo nome prima di ogni altro.

Occhio per Occhio  Zampa per Zampa, questa  era  sempre  stata  l'unica  legge  nei campi  di Latta,  ora il Capo  invece  diffondeva  grandi discorsi di fratellanza tra ranghi.  Siete  tutti  figli  del Fango, diceva  alle  masse  ansimanti, tra lingue di fuori e  orecchie  mozze.

Era  un despota, ma un despota amato e acclamato.  Conduceva  il suo popolo pieno di pulci nella notte fredda, buia e ruvida come una Cuccia,   errando oltre il Caucaso,  poichè si  diceva   che  aldila'  di esso  ci  fosse  una  valle  immane  con la Laguna  di Mezzo,  un  tempo la  culla  della  Civiltà  Umana, il Vecchio Mondo,  la Confederazione  del  Bello e del Buono. KalosKaiAgatia  o  Terra di Eu.   Lì  c'era  ogni  sorta  di relitti, muffe  e innumerevoli attrezzi in disuso.

Quando avvennero i fatti a cui ci riferiamo  la Fauna  era di nuovo in netta espansione dopo un lungo buio, e infatti  il viaggio del Cane Lupo verso la Piccola  Orsa  ebbe luogo  mentre   gli  uomini stavano attraversando  la sesta  crisi economica radicale e abitavano  sparute  riserve.  Perdevano  pelo e  non  si riproducevano  più  con l'entusiasmo di un tempo.   La  Grande Marea  aveva sconvolto  le  condizioni materiali  per  loro,  ed essi  stentavano  a riadattarsi.  Le terre intanto  continuavano a ridursi, e  la luna era  ormai una mongolfiera  che si avviava ad atterrare sul mondo,  col suo carico di energia pallida.  La Gravità  resisteva  ma  era  periodicamente annullata dall'attrazione languida del Satellite  verso  la Pietra Madre, che cresceva mese dopo mese....

I  CaniLupo arrivarono al loro  posto, abitando  il deserto  che  essi avevano lasciato, e   prosperarono  in Europa,  lì svilupparono  e  raffinarono  lingua, costumi e abitudini alimentari,  bonificarono le terre rapidamente  anche  poichè  schiavizzarono fino allo stremo gli uomini superstiti, pretendendo  da loro la Corvé della Musica, e quella solita ufficiosa dei favori sessuali.   Cio' che distingue la specie dei CaniLupo da quella  passata degli  Uomini, estinta  secondo la  teoria maggioritaria per effetto  di  cataclismi devastanti,  fu  il fatto  che  la Civiltà  Canina non conobbe mai  il  concetto  di Famiglia, ossia i Legami  di  Sangue, fondamentali nelle civiltà  mediterranee, neppure le Virtù e i Vizi Umane  e  loro  interazioni  influenzarono lo Spirito Canino,  e mai inventò  lo strumento  di agevolazione degli scambi chiamato Moneta: gli scambi interindividuali tra Cani non implicarono mai  questioni di Valore degli oggetti  scambiati, essendo tale Valore  troppo mutevole e dipendente dal bisogno sottostante  il Possesso delle cose stesse,  e per i Cani  il Bisogno era oggi a un Cane oggi all'altro, non  si poteva  proprio calcolare, era meta-fisico...Tutto questo giacchè la  loro  Comunità era post-umana  e in qualche  modo  aveva  capito  la Lezione.

 

 

 

postato da: Ladridiortiche alle ore 22:33 | Link | commenti (8)
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domenica, 04 novembre 2007

 TGV -----

Gare_de_Lyon

Il treno era fermo in stazione come una mucca china sullo stagno, tra i fumi e gli enormi orologi .    Tuttavia si stava scaldando a dovere, dato che i ferrovieri  salivano e scendevano, aggiustandosi  i cappelli  e dandosi  segnali da una carrozza  all’altra.  

 C’era una coppia asiatica,  seduti  sulla loro grande valigia  si guardavano  intorno  non so  se  stupiti e  increduli  come  zanzare in un alveare,  o  imperturbabili e onniscienti come l’ape regina.  Mi chiedevo  se quell’espressione  altera  stampata  sui loro volti, irreale, quasi di carta,  fosse  dopotutto  un  messaggio  straniero  di  umana amicizia o al contrario un manifesto di lontana e intraducibile ostilità.  

Chissà a che diavolo  pensano i cinesi, mi domandavo.  Risolvere  quell’enigma  mi sembrò in quel momento   un affare capitale  per la  sopravvivenza  del genere umano.

Ma  quando si  parte  per  un  viaggio, si sa, ci si  improvvisa  sempre grandi  pensatori,  la mente  intavola  sempre  grandi  questioni  e si  avvicina  guardinga  agli altri  cercandone delicatamente  il mistero.  

 Il viaggio genera in me  un  moto  di empatia  universale, cosa  che  sto  cercando  di  analizzare perchè  potrebbe  aiutarmi ad essere  migliore, anche  senza zaino sulle spalle.

Salii quei gradini metallici, sentivo un suono di tombini cavi,  mia  madre  mi circondava come  uno scudo,  dietro, davanti,  il suo pollice  ruvido  mi  carezzava  le  mani e   l’altro  braccio  trascinava su un bagaglio  mentre si  faceva  largo.

  Meno tempo ci restava più  mi lasciavo contagiare dalla  sua  ansia, parole a raffica che sentivo senza  ascoltare, il cuore  iniziava  a premere, a tendersi  come  per  erompere.

Poi  presi  posto,  seduta  finalmente  nell’odore  di  stoffa  del vagone  piansi subito,  perchè i nervi mi strattonavano troppo ormai.  La catarsi si impose ai miei occhi ed io  la lasciai fare.

 Sbirciando sui binari  dall’alto e cercando di  calmarmi in respiri  profondi  vidi  anche  mio padre  piangere,   con la faccia deformata e gli occhi stretti con forza, indicibilmente strano a vedersi, fu una  specie  di  colpo  di grazia,  la  recisa  morte  della mia infanzia, un passo della psiche  irreversibile.

 Ma il mio vecchio, devo riconoscerglielo,  lo fece  come  una  volpe,  iniziò  solo  non appena il treno si mosse,  per  non  farsi vedere.

La vita  allora si spogliò davanti  a me col suo seno cadente e  la sua coscia non proprio levigata, ma  l’amai ugualmente.  Col suo odore misto, di latte e d’aceto, di riso e di muffa, di cielo e di fogna, di mandorle e d’ alcool, di fiori e di avanzi.

La partenza di quel treno insomma  mi staccò  definitivamente  da un mondo  che, neppure tornando, avrei mai più  vissuto,  fu la foce che  dall’acqua dolce mi gettò in mare  nel sale e nella sete.

 

Le brume nere del tunnel entrarono in treno e  tutti fecero una smorfia,

chi più chi meno, chi prima chi dopo. 

Durante un lungo viaggio su rotaia  è incredibile quante volte ci si trovi a spostare lo sguardo, è un’attività da pazzi, si passa dai più lontani ai più vicini, poi quasi sempre si finisce alle scarpe, ai lacci sciolti. Quando si guarda  un po’ si interroga,  anche se non  è vero e non c’e’ nessuna domanda,  alla gente questo fa troppa paura  e quando incontra  altri occhi   fugge.

Volevo  superare questo limite,  reggere occhi negli occhi degli altri   senza subire  questo strano incanto, ma non ci fu verso.  

van4

Avevo  dimenticato di portare un libro  o di comprare il giornale,  dunque ero completamente persa in questa lotta di pupille  né potevo calare un sipario di palpebre su questa  scena  perchè la  posizione me lo impediva.   Era  un supplizio indolore  ma mi  sfegatava  lo stesso.

Finalmente due uomini iniziarono a parlottare nel mio scompartimento, non conoscevo perfettamente la lingua, ma a quel punto  morivo dalla voglia di parlare.

Uno era un attempato uomo d’affari, l’altro un giovane dagli occhi piccoli,  si dicevano nonsocosa sulla Romania,  continuavo ad origliare  e mi parve di capire che l’uno incitava l’altro, il ragazzo un po’ stava a bocca aperta e ascoltava ammirato,  un po’ sorrideva sotto i baffi come pressato da una  predica  seccante.  Fu chiaro poi, dato il contegno del  più giovane, che i due non si conoscevano.

 Evidentemente avevano cominciato il discorso così per caso  anche loro esausti dall’attesa,

piano piano ci si stavano inoltrando, ovviamente  sotto la guida  del più vecchio che  portava il discorso dove voleva, con la maturità  dei suoi racconti e l’esperienza accumulata da un capo  all’altro d’Europa.   Tutto questo lo spingeva a parlare con facilità  e dava  più peso alle sue parole.

 Cominciò a uscire fuori qualche domanda personale.  

Dove vivi, da dove vieni, dove sei diretto, cosa fai, cosa pensi di fare. 

 Il ragazzo prese a parlare a viso scoperto, sono rumeno, viviamo io e mio padre  in  banlieue, mia madre no,  le spediamo i soldi,  ma  io spesso vado a stare  dalla mia  donna  e mi do da fare.

 L’altro iniziò allora a elencargli luoghi pronunciati male, con accento francese,  dove aveva acquistato proprietà che gli avevano fruttato una fortuna,  si scaldava con una penna in mano   forse rivivendo quei momenti di gloria immobiliare.  Il ragazzo, evidentemente,   non  avrebbe  mai  potuto  fare affari  comprando e rivendendo  case, almeno a quel  punto  della  sua  vita,  eppure  l’altro si ostinava a illustrargli piccoli trucchi  del mestiere. Tra cui  afferrai un’espressione  quantomeno interessante:

“passeggiare tra le economie, prendendo nota dei punti di interesse”.

   Quell’uomo  era  più  complesso di  quanto  sembrasse,  aveva  fatto  i suoi  conti, cercava  di  darsi  un tono  e non  ci  teneva  per  niente  a passare  per un losco  traffichino.

 Ero  sinceramente  colpita  dal  dialogo.   Toccava  al  ragazzo ora  stendere  il vecchio con due  semplici  mosse.  Io  stavo  all’erta   naturalmente  sperando  che  gli  venisse  il  coraggio.

Ma  il  rumeno dai tratti aguzzi era un’anima  gentile, come  poi  potei  verificare direttamente, e  non  mostrò   nessuna  zanna, ridacchiava  annuendo  apparentemente, in realtà  ferito e stufo del signore  dalle parole d’oro. 

 Fu  allora  che  dissi  qualcosa,  ero  molto incerta   per  via   dell’accento, ma  provai  comunque a contraddire  le monsieur,  magicamente  su  questo mio timido tentativo, arrivò  però  la fermata  dell’uomo, il quale  prese cappotto e giornale e corse a cercare il suo bagaglio finito in cataste.

 valigie

 

postato da: Ladridiortiche alle ore 18:48 | Link | commenti (2)
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