Tempi moderni.
Le lumache lasciano grasse bave per far scivolare i figli in fila indiana. Il lungo sentiero porta fino al borgo dopo trenta curve, dove quintali di lucertole si dimenano, si cercano le code tra le ortiche, maledicendo la polvere, che brucia il culo come l'inferno. Nella foschia del cemento l'unica esclamazione è il Tempio del Potere. Il Municipio, che una volta era il Palazzo Reale. Il re oggi è diventato un bonario venditore ambulante di caramelle gommose. Sorride sempre, ma senza rughe. Le donne si abbandonano al metabolismo bizzarro della piazza. Ora si salta , ora si collassa. Sovreccitazione e noia alle fermate d'autobus, poi sudore, danze microscopiche di cappotti e battiti di ciglia. Intanto la gente ingrassa, affannata da corte e interminabili maratone lungo i citofoni. Lo Spacciatore ha negli occhi un manifesto di moralità, un cuore da magistrato senza figli, tale da elevarlo al tribunato della Plebe, mentre il Sindaco ha solo un po' di saliva agli angoli della bocca. Un'orrida pappa accanto alle parole. Tutti nascondono un disgusto naturale, di cui hanno vergogna e paura, tutti continuano a ingurgitare caffè, per imbrunire la giornata pallida impiegata. I sentimenti verso i randagi assonnati e le zingare che allattano sui treni cullando con violenza, passano dal disprezzo più nero alla tenerezza più cara. Questo pomeriggio così lassativo passa sulla città come un piccolo carro pieno di ferraglia. La giovane pensa ad un quadro incompleto in una sala rossa del Louvre. In quell'istante sette chimere scaldano il riso del giorno prima, aggiungendovi lentamente un magico brodo. Il tramonto si accomoda senza cerimonie. Ed in fondo c'e' sempre un cavaliere ferito nel suo bureau, ancora benvestito, che bruca spunti e frammenti dalle leggende degli altri per intraprenderne un giorno una tutta sua.








